Nulla finisce per davvero

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Nulla finisce per davvero

Laura Imperato

La sera del compleanno di Luigino, mentre tutti erano intenti a far festa, il vecchio maestro si inventò una scusa per fare un brindisi al futuro e poi si recò di soppiatto sul terrazzo. Aperta la porta, si diresse verso la ringhiera, fece un sospiro profondo e prese a disegnare con le mani aperte stringhe e bolle nel cielo. Gli furono sufficienti pochi minuti per moltiplicare galassie e universi; adesso, finalmente ogni cosa poteva essere connessa, ogni possibilità poteva essere colta, ogni sogno poteva essere avverato.
“Ciao Luigino, ricordati che non c’è fine per i pensieri creativi dell’uomo”, disse mentre si congedava dal presente. “Ti lascio con un ultimo regalo”, aggiunse. “Da qui in poi dipenderà soltanto dagli esseri umani come te, Jonas e donna Sofia”.
Mentre dal piano di sotto arrivava l’eco del turbamento che si fa meraviglia, lui fece il suono di una mano sola e iniziò il suo nuovo viaggio al di là del tempo.
Qualche giorno dopo sul suo blog Luigino lo ricordò come un eterno ragazzo a cui piaceva giocare a nascondino con le stelle.
Uno straordinario maestro un po’ Yoda, un po’ Piccolo Principe e un po’ Fata Turchina. Un fabbricante di sogni innamorato di umanità.
Adesso toccava proprio a Luigino e agli uomini come lui fare la differenza, sentiva il dovere di fare qualcosa di concreto per l’umanità e rendere onore a Mastro Giuseppe.
C’erano ancora tanti luoghi e uomini soggiogati dal tempo e la cosa che più preoccupava donna Sofia, Jonas e Luigino erano i giovani: cercatori di futuro. Occorreva liberarli dalla delusione della quale erano affetti. Bisognava trasmettere loro speranza; desiderio; curiosità. Urgeva restituire la voglia di tornare a sognare in grande, lavorando con amore e dedizione ai propri progetti. La capacità di pensare doveva tornare a crescere.
Non c’era più tempo da aspettare, dunque Jonas e donna Sofia insieme a Luigino decisero di avviare il progetto che tempo prima avevano presentato al consiglio dei saggi di Cip: far diventare il lavoro ben fatto una pratica sociale condivisa.
Partirono proprio dai giovani, dagli studenti. Donna Sofia e Luigino infatti, erano riusciti ad individuare un gruppetto di studenti campani, con storie ricche e profonde, fatte di sacrifici, di sogni da realizzare, futuri da riscattare.
Questi ragazzi, raggruppati in un breve ma intenso corso di studi, furono chiamati da Luigino AULA O, forse per convenzione, forse per farli sentire parte di un tutto che voleva e doveva significare qualcosa di veramente importante.

Sta di fatto che in Aula O non si sarebbero mai incontrati, per ogni giorno c’era un’aula diversa, ma mai quella con la lettera O.
Il primo lavoro che Luigino chiese ai ragazzi fu quello di scrivere una biografia. Era necessario conoscere la storia di ognuno, andare più in profondità e arrivare al cuore di ogni membro di aula O, diversamente da come avrebbe fatto un professore qualunque.
Nel dare questo compito ai ragazzi, Luigino si sentì un po’ come Mastro Giuseppe quando affidò il primo incarico a donna Sofia, infatti era talmente entusiasta di indossare anche solo per un attimo le vesti di Mastro Giuseppe che se ne vantò e Sofia, nel ripercorrere quell’evento, fu felice di ricordare insieme a lui quei momenti in cui lavorava alla foglia d’oro con molta cura e pazienza.
Passò qualche settimana e tutte le biografie furono consegnate, qualcuna forse anche in ritardo rispetto alla scadenza, ma bastò davvero poco che i due, leggendo i lavori dei ragazzi, si resero conto che stavano avendo a che fare con persone vere, sincere, dotate di notevoli potenzialità, che non avevano paura di fare i conti con la vita e con il passato, che non avevano paura di sognare un futuro migliore per loro e per le loro famiglie.
Però purtroppo agli studenti di Aula O mancava la curiosità. Alcuni addirittura non conoscevano Jeff Bezos e la sua storia, anche se utilizzavano il suo sito quasi quotidianamente. Altri addirittura non abitavano il tempo che gli era stato donato, al contrario si facevano divorare da esso. Nessuno, tra loro, era in grado di pensare come intendeva farlo Mastro Giuseppe ed era un vero peccato.
Quella individuata da Luigino nei ragazzi era la difficoltà di connettere i loro obiettivi con la fatica che ci vuole per raggiungerli.
“Sono Ferrari intrappolate in monopattini”, “Hanno una soglia del dolore – intesa come capacità di impegnarsi e di stare sul punto – mediamente troppo bassa” disse a donna Sofia e a Jonas, il quale li seguiva da lontano e contemporaneamente si impegnava nella stesura del Manifesto del lavoro ben fatto. Jonas sentiva la necessità di scrivere quel manifesto per fermare le cose che si erano detti e per far rimanere immobili i concetti nel tempo.
Donna Sofia e Luigino erano un po’ preoccupati per la condizione in cui si trovavano i loro studenti e non potevano fare a meno di nasconderlo, i loro volti dicevano veramente tanto e Luigino poi non perse tempo a manifestare il suo sconforto nel suo blog.
Ma i due non si persero d’animo, perché era ciò che Mastro Giuseppe aveva insegnato loro e decisero di trascorrere i pomeriggi in Aula O fornendo ai ragazzi alcune nozioni necessarie per la loro crescita, rafforzando ed allenandoli alla riflessione, al mettere insieme gli stimoli che ricevevano. Luigino parlava ai ragazzi della metodologia del maiale: non bisogna buttare nulla e conservare tutte le esperienze ed il sapere, così come si fa con il maiale che in cucina del suo corpo non si butta niente.
C’era bisogno di riempire il bagaglio personale, di far esplodere di contenuti la valigia che tutti portano nel viaggio della vita.
In Aula O l’aria che si respirava era diversa da quella che i ragazzi avvertivano in altri corsi di studio, tutti venivano chiamati per nome e prima di cominciare le lezioni c’era sempre modo di chiacchierare e scherzare. C’era bisogno che qualcosa cambiasse, che il modo di relazionarsi con le cose e con le persone cambiasse, soprattutto con il lavoro. Il tempo in Aula O era sempre troppo poco per dire tutto ciò che i pupilli di Mastro Giuseppe avrebbero voluto dire.
Nonostante il tempo fosse breve, donna Sofia e Luigino cercarono di parlare al cuore dei ragazzi in modo veloce ed efficace: infatti, durante alcuni incontri, chiesero l’aiuto di alcuni personaggi degni di poter vivere a Cip, affinché potessero aprire la mente dei ragazzi, innescando così quella pratica sociale condivisa che è il lavoro ben fatto. Anche perché come avrebbe suggerito Mastro Giuseppe: “Ci sono cose che non si possono insegnare. O ciascuno le comprende da sé, o non le comprende” e conoscere la vita di queste persone avrebbe potuto significare comprendere automaticamente le cose senza dover pensare ad insegnamenti elaborati.
Ad aprire le danze e gli occhi degli studenti fu Vito Verrastro, primo ospite in Aula O: l’incontro con lui servì ai ragazzi per confrontare le visioni del mondo di un mestiere bello, affascinante e in continua evoluzione come quello del giornalista. Quel giorno Vito regalò agli studenti delle copie di Millionaire, una rivista che è stata importante per la sua formazione.
Non solo, Vito trasmise ai ragazzi un concetto fondamentale: il lavoro non è soltanto un posto. “La luce che ho visto nei loro occhi mi dà speranza” confidò Vito a Luigino al termine del suo incontro.
Luigi Maiello e Gianluca Manca furono i successivi a parlare ad Aula O, in particolare raccontarono della loro piattaforma Intertwine, spiegando il suo funzionamento e, partendo dalla loro esperienza, cercarono di trasmettere quanto lavoro, quanto sacrificio e quanta passione ci vogliano per realizzare ciò che si vuole fare nella vita.

La loro presenza quella giornata fu determinante per i ragazzi, i quali suggerirono varie tematiche per la Sfida Creativa, una sfida di scrittura che ogni anno Luigi e Gianluca lanciano su Intertwine.
È qui che donna Sofia e Luigino si resero conto che qualcosa nel cuore e nella mente dei ragazzi si stava muovendo e che non dovevano arrendersi.
A dirla tutta qualche risultato arrivò anche con la recensione di due libri, secondo lavoro affidato agli studenti da donna Sofia e Luigino.
Poi Aula O conobbe Antonio D’Amore, lavoratore instancabile e sempre in movimento che sottolineò quanto fosse importante lavorare con eccellenza ed originalità, quanto fosse necessario il “fuoco” per spiccare il volo: una caratteristica che manca spesso ai giovani, anche ai ragazzi di Aula O.
“Davanti a voi c’è un grande futuro che vi aspetta, dovete solo capire come guadagnarlo”, concluse Antonio D’Amore.
Da qui la svolta: con queste parole così forti, i giovani di Aula O cominciarono a rendersi conto dell’esistenza della speranza per il futuro, dell’esistenza del lavoro che, senza l’impegno e la fatica non si ottiene.
Infine Angela Di Maso, musicista, drammaturga e giornalista catapultò gli studenti in un’altra dimensione, quella del teatro. Attraverso la lettura di alcuni insidiosi testi teatrali di drammaturghi, Angela fece constatare ad Aula O che c’erano diverse modalità per esprimere e trasmettere all’altro l’amore per il proprio lavoro, traducendolo in arte.
In passato, il teatro servì come amplificatore degli effetti della nascente alfabetizzazione ad Atene, l’invenzione del teatro fu necessaria per fornire alle popolazioni una nuova immagine di se stesse e Angela Di Maso attraverso il suo intervento scatenò lo stesso effetto in Aula O: una nascita all’alfabetizzazione del linguaggio creativo, un nuovo modo per i ragazzi di autorappresentarsi.
Tutti questi personaggi che gli studenti di Aula O hanno avuto modo di conoscere, avevano in comune un’unica cosa: l’amore per il proprio lavoro e per i ragazzi è stato davvero bello sapere che persone non così distanti loro ce l’avessero fatta davvero.
“Sono persone normali che fanno cose straordinarie” ripetevano donna Sofia e Luigino instancabilmente ad ogni lezione e lo facevano per donare ai ragazzi quel “fuoco” e quella caparbietà che a tratti sembrava mancasse nei loro cuori.
Tra incontri e pillole di vita trascorsero settimane e l’appuntamento era ormai una sana abitudine per tutti, ma le cose belle in quanto tali non possono durare per sempre, altrimenti non le si apprezzano e così arrivò l’ultimo giorno del tempo in cui donna Sofia e Luigino si erano preposti di restare in Aula O.
Nessuno avrebbe mai immaginato come sarebbe andata a finire quella giornata, che all’apparenza sembrava l’ultima. Nessuno, tranne donna Sofia e Luigino, il quale, nonostante fosse in viaggio per presentare il Manifesto insieme a Jonas, decise di videochiamare Aula O pur di non perdersi nemmeno un attimo di quell’epilogo così magico che solo un genio come donna Sofia avrebbe potuto mettere in scena.
Fu una corsa contro il tempo, un accavallarsi di emozioni e di lezioni di vita. Ci fu perfino un novo ospite a chiudere il cerchio: donna Sofia infatti presentò sin da subito Cristiano, un’altra persona che ce l’aveva fatta e che con la sua Napoli Fashion on the road – progetto in cui la moda si mescola alla cultura, all’enogastronomia, alla religione e alle tradizioni di Napoli – è riuscito a trasmettere ad Aula O la consapevolezza che i sogni si realizzano sudando e studiando.
Luigino e donna Sofia poi, convennero con una rapida intesa che era il momento in cui urgeva tirare le somme: chiesero infatti ad ogni membro di Aula O di mettersi in piedi – primo passo simbolico per attivarsi e per raggiungere il proprio obiettivo – e di raccontare attraverso una parola chiave ciò che si sarebbero portati a casa al termine di tutto.
“Cosa hai imparato?” Fu la domanda che donna Sofia pose a ciascuno.
Il primo ad alzarsi fu Antonio, il quale attraverso una metafora – quella del terzo occhio – spiegò che sarebbe rientrato a casa con un punto di vista diverso.
A seguire Serena, che utilizzando le parole dell’ospite Angela Di Maso, ricordò a tutti che quando si scrive si crea qualcosa e si è un po’ come Dio. Serena porterà dentro questa frase per ricordare a se stessa che ciò che scrive – e ciò che scriverà attraverso il suo lavoro futuro – ha davvero un grande valore.
Orazio invece avrebbe imparato a dar senso alle cose e avrebbe portato per sempre dentro di sé l’approccio diverso che Luigino e donna Sofia hanno avuto con lui e con gli altri ragazzi. Fece riferimento al metodo, che è andato oltre le aspettative di ciascuno.
Così come Maria e Fabio, che hanno imparato che non tutti i corsi di studio sono lineari, sterili e statici.
Anna poi è andata #Oltre i legami e #Oltre il tempo poiché “ognuno è nel suo tempo”.
Carmela ha addirittura dato uno sguardo al passato e ha riscoperto se stessa; ha imparato a pensare, a ragionare in modo diverso.
Laura ha capito che il tempo bisogna viverlo, gestirlo, non subirlo e che ognuno dei ragazzi di aula O – futuri comunicatori – deve dare spazio all’azione e all’ascolto per lavorare bene.
Eleonora con un filo di voce disse a Luigino e a donna Sofia che il tempo trascorso insieme l’ha aiutata a lanciarsi, ad aprirsi senza aver paura di essere letta dagli altri.
Ora era tutto molto più chiaro ad Aula O: Luigino e donna Sofia erano dei veri artigiani, dei veri comunicatori, perché avevano dato molto rilievo a quel TRA che si trova nel mezzo, tra autore (loro) e spettatore (Aula O). Sin da subito si sono presi cura del messaggio (quel TRA) che i ragazzi – compresa me – avrebbero dovuto ricevere e fare proprio.
Adesso era tutto compiuto e tutto aveva assunto un senso più chiaro: quello di Luigino e di donna Sofia era un passaggio di testimone, adesso eravamo noi di Aula O ad essere artigiani, a dover portare avanti le volontà di Mastro Giuseppe. Il lavoro ben fatto, quella pratica sociale, doveva essere diffusa a tutti, per il bene di tutti.
Quel silenzio di Luigino mentre ascoltava il nostro resoconto, forse si traduceva in soddisfazione e in speranza. Ebbene sì, anche donna Sofia e Luigino ci avevano lasciato con un dono e adesso sarebbe toccato proprio a noi.
Il nostro futuro e il nostro tempo era solo nostro e questo concetto andava moltiplicato. Al termine di tutto, un’unica parola restò sul gruppo Facebook di Aula O, proveniente dalla tastiera di donna Sofia: “Grazie!”.
Il silenzio degli studenti di aula O si traduceva soltanto in forte meditazione. Poco dopo, un nuovo post chiedeva spazio su quel gruppo; stavolta era Carmela a congedarsi con un breve verso:

Disdetta
E ora che avevo cominciato
a capire il paesaggio:
«Si scende,» dice il capotreno.
«È finito il viaggio.»
Ma un commento al post rincuorò proprio tutti, era donna Sofia, che ci scrisse:
“Il rotear m’è dolce… (il cammino continua)”.
Ecco la conferma del mandato che avevamo ricevuto, ecco tornata la speranza. Quel cammino insieme a loro non sarebbe mai più terminato, tutto sarebbe rimasto impresso nel cuore di ciascuno e ricordando per sempre questa storia, il fine dell’umanità sarebbe stato più lieto. 

Nota di Vincenzo Moretti
Questo racconto di Laura Imperato fa parte del lavoro di riscrittura che ha visto impegnato quest’anno Aula O.

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